Chi è il Welfare Specialist: ruolo, competenze e ambiti di intervento

Il lato nascosto dell’Alzheimer: riconoscerlo prima dei sintomi è possibile

Per molti anni l’Alzheimer è stato considerato una malattia identificabile solo quando i disturbi di memoria, orientamento e linguaggio diventavano evidenti.

Oggi la ricerca scientifica sta cambiando radicalmente questa prospettiva.

Un ampio studio pubblicato sulla rivista Nature, condotto su quasi 12.000 persone, dimostra che l’Alzheimer inizia molto prima della comparsa dei sintomi, a livello biologico.

Grazie a un biomarcatore misurabile nel sangue, la proteina pTau217, è possibile individuare le alterazioni cerebrali tipiche della malattia anche in persone che non presentano alcun segno clinico di demenza.
Una diffusione molto più ampia di quanto si pensasse.

Lo studio, basato sui dati della coorte norvegese HUNT, ha permesso per la prima volta di stimare su larga scala la reale diffusione biologica dell’Alzheimer nella popolazione generale sopra i 57 anni.
I risultati sono sorprendenti: l’Alzheimer, dal punto di vista neuropatologico, è molto più comune di quanto emergano dalle sole diagnosi cliniche.
Con l’avanzare dell’età, la presenza di placche di amiloide e grovigli di tau nel cervello aumenta in modo significativo.

Sotto i 70 anni meno dell’8% delle persone mostra segni biologici compatibili con la malattia, ma dopo questa soglia la percentuale cresce rapidamente, superando il 65% negli ultra novantenni.

Questo dato non significa che tutte queste persone svilupperanno una demenza, ma evidenzia quanto l’invecchiamento rappresenti il principale fattore di rischio per la diffusione silenziosa dell’Alzheimer.

Alzheimer senza sintomi: la fase preclinica

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la cosiddetta fase preclinica.
Una quota significativa di persone sopra i 70 anni risulta biologicamente positiva per l’Alzheimer pur mantenendo capacità cognitive nella norma.
In altri casi è presente un lieve decadimento cognitivo che non compromette ancora in modo significativo la vita quotidiana. Questo spiega perché le diagnosi basate esclusivamente sui sintomi sottostimino la reale diffusione della malattia.
Individuare l’Alzheimer in questa fase iniziale apre nuove possibilità di prevenzione, monitoraggio e intervento mirato.

Non tutte le demenze sono Alzheimer

Lo studio chiarisce anche un aspetto fondamentale: non tutte le demenze hanno la stessa origine.
Solo circa il 60% delle persone con diagnosi di demenza presenta effettivamente i biomarcatori tipici dell’Alzheimer.

Una percentuale ancora più bassa si riscontra nei soggetti con lieve decadimento cognitivo o cognitivamente sani.
Questo significa che una parte rilevante delle difficoltà cognitive dipende da altre cause, come patologie vascolari o diverse forme neurodegenerative, e richiede quindi valutazioni e percorsi di cura specifici.

Fattori di rischio: genetica e riserva cognitiva

L’analisi evidenzia differenze importanti legate a fattori genetici e sociali.
Le persone portatrici dell’allele APOE ε4 presentano una probabilità molto più elevata di sviluppare alterazioni biologiche dell’Alzheimer rispetto ai non portatori.
Anche il livello di istruzione gioca un ruolo significativo: chi ha avuto minori opportunità educative mostra una maggiore prevalenza della patologia biologica, soprattutto in età avanzata.

Questo rafforza il concetto di riserva cognitiva, secondo cui la stimolazione mentale e l’apprendimento lungo l’arco della vita possono contribuire a ridurre l’impatto clinico della malattia.

Dalla ricerca alla presa in carico: il ruolo di Rindola

Queste evidenze scientifiche confermano un messaggio chiave:
l’Alzheimer non inizia con la perdita di memoria, ma molti anni prima, a livello biologico.
Il Servizio di Neurologia del Centro Rindola e lo Sportello Fragilità nascono proprio per rispondere a questa nuova visione dell’invecchiamento e della fragilità cognitiva.
Attraverso valutazioni specialistiche, orientamento e lavoro in rete con i servizi sanitari e sociali del territorio, Rindola accompagna le persone e le famiglie in percorsi di:

  • individuazione precoce dei segnali di rischio
  • monitoraggio delle funzioni cognitive
  • supporto nei momenti di fragilità
  • costruzione di risposte personalizzate e sostenibili;

Prendersi cura della salute cognitiva significa non aspettare che i sintomi diventino invalidanti, ma riconoscere e affrontare la fragilità in modo tempestivo e competente.